Qualcosa del Prontuario di Mauro Magni per evitare la maggior parte degli errori che si fanno parlando e scrivendo
(Dal Libro "4000 ERRORI D'ITALIANO" di Mauro Magni. Editore De Vecchi)
Occorre comunque precisare che cosa s’intende per errore. E’ questa una parola che ha molti sinonimi; il che, si badi, non vuol dire che ci sono altri vocaboli con lo stesso identico significato, ma vocaboli che, con varie sfumature, indicano qualcosa di simile, o che comunque s’avvicina allo stesso.
Eccone alcuni: sbaglio, svarione, tòpica, svista, lapsus, abbaglio, inesattezza, sfondone.
Qualunque buon dizionario, ma soprattutto un dizionario dei sinonimi, vi potrà illuminare sulla materia.
Si devono poi considerare altre cose e altri fatti
nella “caccia all’errore”, per esempio
gli “errori non errori” ;
e i “non errori-
errori”.
Il lettore mi scuserà se tutto ciò sembra un gioco di parole; ma alcuni esempi chiariranno tutto. Cominciamo dal secondo caso. Stando alle grammatiche e ai vocabolari, non è sbagliato dire e scrivere:
“Questi sono ricordi che non dimenticherò mai”. E’ una costruzione, un accostamento da evitare; perché l’etimologia ( ossia quella parte della linguistica che s’occupa dell’origine, del significato primario delle parole) ci spiega che “ricordo” è qualcosa che c’è “rimasto nel cuore”; mentre “dimenticare” significa “lasciar uscire o sfuggire dalla mente”. Dunque non sarà un errore di lingua quella frase, ma un errore di logica, o…d’anatomia. Si diverta il lettore a trovare i possibili correttivi, fra cui suggerisco: “questi sono ricordi indelebili, incancellabili; che terrò sempre dentro di me”; o ancora: “questi sono fatti, episodi, eventi che non dimenticherò mai”. In certi casi ( si vedano i giornali e si ascoltino giornali radio e telegiornali!) la sfasatura è ancora più evidente, quando per esempio si dice “la flotta servirà ad assicurare una maggiore sicurezza alle nostri navi mercantili”(ripetizione della stessa matrice!)
(Dal Libro “4000 ERRORI D’ITALIANO” di Mauro Magni. Editore De Vecchi)
Esonerare
Liberare da un onere, da un peso.
Francesismo
( anche se la voce latina << exonerare>> lo assolve del tutto ).
Si dica anche: esentare, esimere, dispensare, sgravare, scaricare, liberare, alleviare, alleggerire, destituire, rimuovere. E sostantivi analoghi potranno sostituire << esonero>>.
Esoso
Significa: odioso ( da << exodi >>, participio pass. ). Quindi, il significato si può estendere a: antipatico, sgradevole, insopportabile. Ma non a: avaro, spilorcio, gretto ( come spesso accade ). E tanto meno si potrà dare a
<< esoso >> il significato ( con cui è spesso usato in Lombardia e in altre regioni ) di: prepotente, pretenzioso, esigente. Non si dica: Il maestro di mio figlio è esoso: gli ha fatto domande impossibili!
Espletare
E’ del gergo burocratico. Si dirà, assai meglio: compiere, finire, terminare, adempire ( adempiere ), ultimare, concludere, esaurire. Così si possono evitare << espletamento>>
ed << espletazione >>.
Le lettere straniere

Nel nostro alfabeto, come si è visto, alle 21 lettere originarie della lingua italiana si sono aggiunte altre cinque lettere, necessarie per trascrivere parole di origine greca e latina o parole straniere.
Esse sono:
j J ( i lunga ): un tempo era usata in italiano per indicare la i semiconsonantica ( jeti ) o la doppia i delle desinenze plurali
( vizj ) e veniva pronunciata a tutti gli effetti come una i. Anche oggi, nei rari nomi propri in cui è stata conservata, la j mantiene il suono di una i: Jugoslavia, Jolanda. Oggi l’uso più frequente di j si ha, come consonante, nelle parole di origine straniera, specialmente inglesi, e si pronuncia come una g palatale
( dolce): jazz, jet. Di fatto, quando le parole straniere che la contengono vengono italianizzate, la j si trascrive come una g palatale:
jungla → giungla.
kK ( cappa ): si pronuncia come una c velare ( dura ). Si usa nelle abbreviazioni come km
( chilometro ) e kg ( chilogrammo ) e, soprattutto, in parole di origine, straniera: poker, folk. Quando le parole straniere che la contengono vengono italianizzate, la k si trascrive con la lettera c velare davanti alle vocali a, o, u, e con il diagramma ch davanti alle vocali e e i:
polka → polca; kimono → chimono.
wW ( doppia vu ): nelle parole di origine tedesca si pronuncia come le v italiana:
würstel. Nelle parole di origine inglese si pronuncia come la u italiana: whisky.
x X ( ics ): si pronuncia cs, cioè come c velare ( dura ) e una sibilante. Si usa in parole di origine greca, come
Xenofobia, xeroderma, nel linguaggio matematico per indicare un numero o una quantità ignoti e nella preposizione ex, per lo più usata come prefisso per indicare che una persona non ha più un determinato titolo o una determinata carica
( ex presidente ).
Ma soprattutto si usa in parole di origine straniera: taxi, marxismo. Quando la parola che la contiene viene italianizzata, la x si trascrive con cs: claxon → clacson.
yY ( ipsolon ): si pronuncia per lo più come la vocale i italiana e si trova nelle parole di origine straniera: boy, derby, yogurt. In alcune parole inglesi si pronuncia ai: linotype.
( Marcello Sensini, La grammatica della lingua italiana, ed. Mondadori )
GLI AGGETTIVI
Bello, Buono, Santo, Grande
Alcuni aggettivi, oltre a presentarsi nella forma completa, si presentano anche nella forma tronca
( senza apostrofo ) o elisa
( con apostrofo ) davanti ad alcuni nomi.
E’ il caso degli aggettivi
bello, buono, santo e grande.
Al singolare si usa:
bello:davanti a nomi maschili che iniziano per s impura, x, z, gn, ps e, non sempre, pn ( bello spettacolo; bello gnomo; bello zufolo );
bel: davanti a nomi maschili che iniziano per consonante
( bel castello; bel tavolo );
bell’: davanti a nomi maschili e talvolta femminili che iniziano per vocale ( bell’aspetto; bell’ideale; bell’amica o bella amica );
Bella: davanti ai nomi femminili
( bella casa; bella spilla; bella oca ).
Al plurale:
Begli: davanti a nomi maschili che iniziano per vocale, per s impura, x, z, gn, ps, e talvolta pn
( begli spettacoli; begli gnomi; begli zufoli );
bei: davanti a nomi maschili che iniziano per consonante
( bei castelli; bei tavoli );
belli: solo dopo il nome o prima dell’articolo
( fiori belli; belli i fiori );
belle: davanti ai nomi femminili
( belle case;
belle spille; belle oche ).
Al singolare si usa:
Buono ( ma si usa anche buon ): davanti ai nomi maschili che iniziano con s impura, x, z, gn, pn, ps
( buono gnocco; buono scolaro );
buon: davanti ai nomi maschili in tutti gli altri casi
( buon attore; buon regista );
buon’ ( ma si usa anche buona ): davanti ai nomi femminili che iniziano per vocale ( buon’anima; buon’ora );
Buona: davanti ai nomi
( buona giornata, buona zucca; buona ostrica ).
Al singolare si usa:
santo: davanti a nomi maschili che iniziano con s impura
( santo Stefano );
san: davanti a nomi propri maschili che iniziano
per consonante ( san Bartolomeo; san Cristoforo );
san’: davanti ai nomi maschili e femminili che iniziano per vocale
( sant’Antonio; sant’Agata );
santa: davanti ai nomi femminili che iniziano per consonante
( santa Rita; santa Caterina );
grande, che si usa davanti a tutte le parole maschili e femminili, si può usare anche nella formagran davanti a consonante e
grand’ davanti a vocale
( grande uomo; grande montagna; ma anche grand’uomo,
gran montagna ).
(da “Il paese della Lingua” Ed. Giunti)
L’ARTICOLO DAVANTI AI NOMI STRANIERI
Come sai, parlando italiano si usano diversi vocaboli di origine straniera.
Davanti ad essi si usano gli stessi articoli che si userebbero davanti a parole italiane che iniziano con lo stesso suono.
Si dirà quindi:
Il frac perchè la parola inizia per consonante.
L’air bag perchè la parola inizia per vocale.
Lo smoking perchè inizia con S seguita da una consonante
( come LO smottamento ) .
Ci sono però parole straniere che iniziano con le stesse lettere dell’alfabeto, ma si pronunciano in modi diversi a seconda della lingua di origine. Si dirà infatti:
Il cintz e il chip ( inglese ) perchè il suono iniziale è ci come nella parola cibo;
Lo chiffon e lo champagne ( francese ) perchè il suono iniziale è in questi casi sc in scivolo e scialle;
Il jazz e il jolly ( inglese ) perchè j in questo caso si pronuncia come la g di il giallo ;
Lo jodel ( tedesco ) perchè j in questo caso si pronuncia come i.
Così le parole che iniziano con w si pronunciano o col suono v, alla tedesca, come würstel o Württemberg, o col suono u, all’inglese, come week end e wargame. Si useranno allora nel primo caso gli articoli il e un:
il Württemberg; un würstel, nel secondo caso preferibilmente gli articoli lo e uno; si possono però usare anche il e un: L’week end; uno wargame; L’whisky oppure il whisky; uno western.
L’ARTICOLO NELLE LINGUE STRANIERE
L’articolo non esiste in tutte le lingue straniere, manca ad esempio nelle lingue ceca e finnica. Quasi tutte le lingue europee però lo usano, come l’italiano, e lo mettono davanti al nome; alcune lingue invece lo mettono in fondo al nome a cui si riferisce, come ad esempio il rumeno e il danese in cui l’uomo si dice, rispettivamente, omul e manden.
(da “Il paese della Lingua” Ed. Giunti)
BUONA PASQUA!
Canto del cuore
Il canto della voce è dolce,
ma il canto del cuore
è la pura voce dei cieli.
(Kahlil Gibran)
La convenzionalità del linguaggio
Il fatto che un linguaggio, per essere compreso da coloro che lo usano, richieda un accordo sul significato da attribuire ai diversi”segni”, fa subito dedurre un’altra sua caratteristica essenziale: la”convenzionalità”. In effetti, un linguaggio-almeno a livello umano- è il risultato di un accordo, vale a dire di una convenzione tra tutti coloro che intendono utilizzarli.
Se concordiamo per attribuire dei significati a piccoli colpetti della mano sul banco
( per esempio:un colpetto = ”silenzio!”,
due colpetti =”fammi copiare il compito”, tre colpetti =”prendi il diario”), avremo creato un piccolo linguaggio riservato esclusivamente a noi.
Ci siamo messi d’accordo per attribuire dei significati a dei segni.
Lo stesso avviene per tutti i linguaggi,compresa la lingua che parliamo tutti i giorni, anche se ci sembra molto naturale che il cane si chiami “cane”. In realtà, potremmo chiamarlo in qualunque altro modo, basterebbe essere tutti d’accordo per non confonderci. Lo dimostra il fatto che lo stesso cane viene chiamato in modo diverso da persone che parlano lingue diverse.
Italia = cane Spagna = perro
Inghilterra = dog Francia = chien
Questa caratteristica dei linguaggi è detta convenzionalità. Su di essa si basa anche la possibilità di inventare linguaggi “segreti” conosciuti
solo da poche persone
( pensa ai “messaggi in codice” delle spie, per esempio ).
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Il Linguaggio
I modi di esprimersi sono diversi, ma lo scopo è sempre lo stesso:comunicare un’informazione ,un’idea, un pensiero.
Ogni modo però,utilizza delle forme sue particolari:
-il linguaggio figurativo si serve delle figure;
-il linguaggio verbale si serve di parole.
Senza linguaggio non si può comunicare. Se volessimo farne a meno non potremmo. Anche se, per ipotesi, non volessimo utilizzare né disegni,né parole, né suoni, né altre segnalazioni e facessimo solo dei gesti convenuti, come fanno i sordomuti, ugualmente il nostro sarebbe un linguaggio, cioè un sistema di comunicazione. Nel nostro caso potremmo chiamare linguaggio “gestuale”.
Insomma, chiunque desideri esprimere ad altri un suo pensiero, uno stato d’animo, un’impressione, un’informazione, un ordine, ecc. ( in una parola: un “messaggio”), deve per forza utilizzare un linguaggio.
I segni
Il codice
Di che cosa è formato un linguaggio?
Se analizziamo un qualsiasi linguaggio, ci accorgiamo che esso è costituito da un numero variabile di segni
( i suoni, le lettere dell’alfabeto, le linee, i gesti, ecc.) organizzati tra di loro ( la successione dei suoni o delle lettere o delle linee, ecc.) in modo da esprimere dei significati determinati.
Ovviamente, affinché un linguaggio diventi un vero veicolo di comunicazione, è necessario che tanto il significato dei singoli segni quanto la loro organizzazione siano conosciuti e compresi da coloro che intendono utilizzare quel dato linguaggio. Insomma, chi emette i segni e chi li recepisce devono essere d’accordo sul significato dei medesimi e conoscere le regole attraverso le quali si combinano.
Se un turista italiano a Londra chiede a un pizzicagnolo inglese del “ formaggio”, difficilmente sarà accontentato, perché il negoziante londinese non conosce il significato dei “segni”
( in questo caso, delle parole ) del nostro linguaggio. Allo stesso modo, se un sordomuto ci esprime un suo pensiero attraverso i gesti del suo alfabeto, a meno che non conosciamo quel tipico linguaggio, non comprenderemo nulla perché ignoriamo il senso dei suoi segni. Viceversa, un marinaio che fa delle segnalazioni con le bandierine e sulle loro posizioni nell’ambito delle comunicazioni marinare.
Possiamo dunque concludere che il linguaggio è costituito da segni organizzati, cioè da un sistema di segni sui quali c’è accordo comune tra coloro che lo usano. Tale sistema di segni può essere anche chiamato codice.
Se un cinese ti fa un bel discorso e tu non conosci la sua lingua, anche se senti degli strani suoni
( le parole, cioè i “segni”) e immagini che siano organizzati in un sistema, non capisci ugualmente niente perché non conosci il codice di quel linguaggio.
( Dal testo "L’avventura della Lingua")
pizzicagnolo
[piz-zi-cà-gno-lo]
s.m. (f. -la)
Venditore al minuto di salumi, formaggi e sim.
Il Linguaggio delle Api

Tutte le volte che si verifica la comunicazione di un messaggio attraverso un sistema di segni ( codice ),
siamo in presenza di un linguaggio. Sebbene questa capacità sia prevalentemente un patrimonio culturale dell’uomo, molti studi di etolologia hanno dimostrato che forme di linguaggio esistono anche in numerose specie animali. Il brano che segue,tratto da un’opera dello scienziato Maurice Leroy, ci parla del raffinato sistema di comunicazione di una delle specie di insetti più affascinante nei suoi comportamenti:le api.
“Quando un’ape, in volo, trova una soluzione zuccherina, la assorbe e torna immediatamente nell’alveare. Di qui si vedono, quindi, subito uscire altre api,che, pur non accompagnate dalla prima, si dirigono verso il luogo dove il cibo è stato trovato. Dunque, la prima ape deve aver trasmesso un’informazione alle altre.
Aspirando il nettare, l’operaia si impregna del profumo del fiore, che aderisce al suo corpo e dà alle compagne una prima indicazione sulla natura del fiore reperito; rientrando nell’alveare, essa si sbarazza del polline che ha portato, ed intraprende quindi una danza, che costituisce il suo messaggio. La direzione da seguire è segnalata dall’asse della danza in rapporto al sole,[…] la distanza è invece indicata dal numero di giri effettuati, in ragione inversa alla loro frequenza,per esempio, due per sei chilometri ma dieci per cento chilometri. In verità, ciò che viene indicato non è proprio la distanza, ma il tempo impiegato nel volo: è stato infatti constatato che una distanza eguale sul terreno viene segnalata come più lunga se l’ape deve percorrerla contro vento; è dunque chiaro che il contenuto dell’informazione è la valutazione, sorprendentemente esatta, dello spreco di energia necessario per raggiungere il luogo desiderato. L’ape ha dunque la capacità di simboleggiare,per mezzo dei gesti, gli elementi di una realtà, e le api della sua stessa comunità hanno la capacità di interpretare il messaggio trasmesso: si constata, dunque, come nel linguaggio umano, un’attività di codificazione e di decodificazione”.
(Da Profilo storico della linguistica moderna Bari, Laterza,1973)


















